La falsa bonaccia

The false dead calm sea

Pensando profondamente al nostro genere umano, che corre e si rincorre, nell’inconscio affanno di dare un valore e senso esistenziale alla vita, che inesorabilmente scorre verso la sua inevitabile fine materiale, mi viene la domanda: ma è meglio correre o star fermi? Una domanda che da sempre assilla chi è attratto dalla spiritualità, e la cui risposta non è così scontata come può apparire.

Da una parte c’è l’attrazione verso la contemplazione, verso la pace interiore che rigenera il cuore e la mente, e dall’altra la sentita necessità di condividere la sottile ispirazione che tal stato di grazia ingenera. Quando il cuore pulsa d’amore e fiducia nel genere umano, è però davvero difficile confrontarsi con le falsità figlie della poca consapevolezza del Sé interiore, e della dilagante insicurezza materiale, che si alleano per oscurare le menti e sopprimere i cuori. 

Eppure esiste altro valido modo d’essere e d’operare che scommettere su noi stessi, spesso patetici e comunque imperfetti esseri, in cammino verso la perfezione? Esiste altro modo di progredire nello spirito che il mettersi e rimettersi in gioco, sfidando lo scherno di chi spiritualmente vegeta, illudendosi d’essere al centro dell’universo solo perché baciato dalla buona fortuna?

Ebbene i baci sono d’effimera natura e non perdurano se non contraccambiati da un sentimento e un impegno umano vero. Per chi naviga spinto dal vento del suo spirito, in verità la bonaccia della piacevole vita materiale spesso rappresenta un arresto, che per quanto dolce all’apparenza, ahimè non porta da nessuna parte.

E allora, bisogna forse aspirare alla tempesta, al pericolo d’esser controllati dagli umori della vita? Io dico di si, ma solo dopo aver indossato il salvagente della propria umanità che s’identifica nel benessere altrui, e abbandonandosi alla corrente sotterranea che pian piano trascina ogni rivolo di coscienza, verso l’oceano di consapevolezza e Amore che lo ha generato.

 

Thinking inwardly about our mankind, running and chasing each other, unconsciously eager to give a value and existential meaning to life, which inexorably flows toward its inevitable material end, there is a question filling my mind: is it better to run or to stand still? A question that since always haunts those who are attracted by spirituality, and whose answer is not as obvious as it may appear.

On the one hand there is the attraction toward contemplation, toward the inner peace that regenerates one’s heart and mind, and on the other the heartfelt need to share the subtle inspiration that such a state of grace engenders. When the heart pulses to the rhythm of love and faith in the human race, however, it’s very difficult to face the lies born of poor awareness of one’s inner Self, and the pervasive material insecurity, both of which conjure to darken the minds and suppress the hearts.

Yet, is there another valid way of being and working than betting on ourselves, often pathetic and unavoidably imperfect beings on the way to perfection? Is there another way to progress in the spirit, other than keeping on getting involved into the game, defying the scorn of those who spiritually vegetate, under the illusion of being at the center of the universe only because kissed by good fortune?

Well, kisses are ephemeral in nature and do not last longer if not reciprocated by a truly human feeling and commitment. If one navigates pushed by the wind of one’s spirit, the dead calm sea of pleasant material life is often a pause, that no matter how seemingly sweet, alas, does not lead anywhere.

So, should one perhaps aspire to being in a storm, in the danger of being controlled by the moods of life? I say yes, but not before wearing the life jacket of one’s own humanity identifying itself in the welfare of others, and by abandoning oneself to the undercurrent slowly dragging each stream of consciousness, to the ocean of consciousness and Love that generated it in the first place.

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